Il punto sul “3+2”, tra lauree e abbandoni

maggio 27th, 2009

graduate.jpgLuci e ombre della riforma universitaria 3+2. In estrema sintesi: ci sono più laureati in corso ma meno studenti concludono il percorso universitario rispetto alla situazione pre-riforma. È quanto emerge dalla ricerca realizzata dal Consorzio Almalaurea e presentata al ministro di Istruzione, Università e Ricerca Mariastella Gelmini. Dall’indagine emerge quindi che la regolarità nel concludere gli studi nella durata prevista dagli ordinamenti, che era a livelli ridottissimi (9,5%), è più che quadruplicata ed è raggiunta oggi da quasi 40 laureati su cento. Nel 1995/96 concludeva in corso il percorso di studi solo il 3,7% degli immatricolati (l’11,2% comprendendo il ritardo di un anno). Fra gli immatricolati del 2001/02 a concludere in corso sono 17,6 laureati su cento (32,5% il primo anno fuori corso). Tuttavia, se aumentano i laureati in corso, su un’intera generazione di giovani che si iscrive all’università solo una minima quota raggiunge il titolo nei tempi previsti.

Lingue & informatica. L’indagine di Almalaurea rivela poi che è in crescita la frequenza alle lezioni anche in facoltà e percorsi di studio tradizionalmente poco seguiti. Conoscenze linguistiche e informatiche quasi ovunque risultano in espansione. È comunque diffuso il dubbio che la qualità della preparazione si sia abbassata, soprattutto tra i laureati di primo livello. Ma è vero che misurare la qualità della formazione non è operazione semplice.

Più laureati meno preparati. Secondo il Consorzio le possibili cause sono: l’ampliamento della popolazione che ha avuto accesso agli studi universitari; la minore preparazione di tanti giovani provenienti dalla scuola secondaria superiore; la contrazione delle ore per ogni insegnamento; la moltiplicazione dell’offerta formativa e dei corsi non sempre giustificata da reali esigenze e l’abolizione dell’obbligatorietà delle tesi. In Italia, in media, si registrano voti di laurea molto alti, con una media che arriva a 108,7 su 110 nei corsi specialistici. Considerata la preparazione media degli studenti universitari, questo dato rivela che in alcuni casi si rinuncia a fare una valutazione effettivamente basata sulla qualità e sul merito.

Quelli del “+2”. Più della metà degli studenti prosegue gli studi dopo la triennale ma acquisiscono la specialistica solo quelli economicamente favoriti. Il 60% dei laureati di primo livello, infatti, prosegue gli studi acquisendo una laurea specialistica. Ma i laureati di primo livello che decidono di proseguire gli studi sono i giovani provenienti da ambienti familiari socialmente ed economicamente favoriti e quelli residenti in aree del Paese economicamente più arretrate.

L’università sotto casa. Cresce la tendenza a non allontanarsi da casa, a studiare nella sede più vicina quale che sia l’offerta formativa disponibile. A frenare la mobilità territoriale sono i costi, spesso insostenibili per le famiglie soprattutto dove mancano infrastrutture adeguate. A fronte di una scarsa capacità attrattiva delle università italiane verso i giovani degli altri Paesi, aumenta il numero dei connazionali che decidono di studiare all’estero.

Il rinnovamento necessario. «I dati – ha dichiarato il ministro Gelmini – dimostrano che l’università italiana ha bisogno di un profondo rinnovamento. Per questo è urgente una riforma che rilanci il sistema e la sua qualità. Credo sia indispensabile che le università pubblichino i risultati del loro lavoro e della loro didattica per poter misurare la competitività del sistema».


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