Se l’ateneo made in Italy non “tira”

luglio 31st, 2009

flagsworld.jpgValigie pronte, libri in mano e computer in spalla. Ma la destinazione non è quasi mai l’Italia. Quando il viaggio è di studio gli studenti optano per altri paesi europei. Perché se il Belpaese attrae per l’arte e l’antica cultura, non ha lo stesso effetto l’università made in Italy: poco moderna, male strutturata e ancora troppo provinciale.

Così il nostro paese resta lontano dai flussi delle migrazioni universitarie e gli stranieri che si trasferiscono da noi sono il 2% contro l’11% degli atenei d’Europa. Pronti a viaggiare gli universitari in movimento in tutto il mondo nei primi sei anni del millennio sono stati 2 milioni e 700mila. Un esercito partito prevalentemente dai Paesi emergenti come Cina e India e diretto negli Stati Uniti, in Francia, Gran Bretagna e Germania alla ricerca di una formazione eccellente e di nuove opportunità di lavoro.

Ma il lavoro in Italia tarda ad arrivare così il nostro paese cede all’estero i suoi migliori talenti e fatica ad attrarre capitale umano dagli altri paesi. A ricordarcelo è l’ultimo rapporto Ocse: fino al 2006 eravamo gli unici in ambito Ocse con un saldo negativo tra studenti in entrata e studenti in uscita. Attualmente siamo in positivo di 8.000 unità, ma sempre ultimi, distanziati dalla Spagna che ne ha 24mila, da Francia, Germania e Gran Bretagna che hanno dai 200 ai 300mila studenti in più rispetto a quelli che lasciano il paese d’origine.

Anche negli States il 50% dei brevetti prodotti è opera di studenti immigrati. In questa speciale classifica della mobilità scientifica, l’Italia si colloca agli ultimi posti. Nessun ateneo italiano è tra i cento migliori al mondo nelle graduatorie internazionali come la famosa “Academic Ranking of World Universities” di Shangai.

I conti, poi, sono subito fatti: in rapporto alla popolazione, l’Italia attrae un quarto meno della Spagna, tre volte meno della Germania, quattro meno della Francia e circa sette volte meno del Regno Unito. Gli studenti stranieri che si trasferiscono da noi sono il 2% contro l’11% degli atenei d’oltrealpe e il 17% di quelli britannici.

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