Lauree al buio per gli ingegneri di Tor Vergata

luglio 29th, 2010

Tor Vergata al buio: i professori di Ingegneria Elettronica si mobilitano, allestendo una seduta notturna di lauree. “Un gesto simbolico per esprimere un disagio – come ci spiega il prof. Ernesto Limiti, Presidente del Consiglio di Corso di Studi in Ingegneria Elettronica- che viene da lontano e vede negli ultimi atti legislativi in discussione (ddl Gelmini), un ulteriore aggravio allo stato di salute dell’istruzione superiore. La decisione di tenere la seduta di laurea in sessione serale è stata deliberata dal Consiglio di Corso di Studio in Ingegneria Elettronica e non è, quindi, espressione di volontà singole. Lo stesso Consiglio ha scelto questa forma di manifestazione del dissenso per rendere minimo l’impatto sui nostri studenti”. Vi presentiamo dunque l’intervista “sotto le stelle” con il prof Limiti, in cui con pacata lucidità e determinazione ci evidenzia quel “qualcosa” che proprio non va.

La cerimonia di laurea è terminata con un suo breve excursus sulla condizione dei ricercatori prevista dal ddl Gelmini, come una delle motivazioni che ha portato alla manifestazione “dolce”; partiamo dunque dalla ricerca, professore.

In una seduta di laurea, già di per sé singolare, ho scelto di focalizzare l’attenzione su un argomento preciso, per esprimere le motivazioni della scelta “notturna”, cercando di non scivolare in comizi inopportuni. Tuttavia, è l’intero impianto del Decreto 1905 che presenta diversi aspetti non condivisibili. In merito all’eliminazione della figura del ricercatore a tempo indeterminato, la consideriamo una scelta che mina l’intero sistema formativo degli atenei, basato sul connubio di creazione e trasferimento della conoscenza. “Mutarlo” in ricercatore a tempo determinato, mediante un “3+3”, non può che indebolire l’intero sistema formativo.

Non pensa che “il 3+3” dei ricercatori a tempo determinato, in parte contrasti la frammentazione e il precariato della ricerca che molto “si alimenta” di assegni ricerca, borse di studio e altre tipologie contrattuali atipiche?

Nel nostro settore, sicuramente no. I nostri laureati sono assorbiti dal mercato del lavoro con una buona rapidità, anche in periodi di crisi economica. L’articolazione del 3+3, vale a dire, la “tenuta” triennale della posizione di ricercatore, previo concorso post-dottorale, con eventuale conferma di altri tre anni per poi inabissarsi nella remota possibilità di un concorso per passare alla categoria di professore associato, rappresenta una prospettiva opaca per i neo-laureati. Forse, per un laureato in discipline umanistiche, può costituire una maggiore stabilizzazione, ma per gli ingegneri implica svuotare i ruoli tecnici dell’università, portando i giovani a non considerare il proprio futuro nella ricerca e nell’accademia in generale.

Mentre il ricercatore a tempo indeterminato…

Il ricercatore a tempo indeterminato è un anello di congiunzione tra coloro che stanno ultimando il dottorato (figure altamente specializzate che andranno in buona parte ad inserirsi nel mondo industriale), e le nuove leve di dottorandi, oltre che ricercare in prima persona. Sarà molto difficile assicurare la continuità della ricerca, se viene a mancare questa figura professionale. Tale ruolo non può essere unicamente assolto dai professori, impegnati nelle attività didattiche, accademiche e di gestione della ricerca, ai quali tipicamente è lasciato il ruolo di indirizzo e di consiglio derivante dal’esperienza maturata. Per non parlare poi del supporto decisivo, de facto, dato all’attività didattica.

In linea teorica, il disegno di legge prevede un concorso al termine del 3+3?

Con quale budget? E’ proprio a questo che mi riferisco, quando parlo di mancanza di prospettive.

Anche se ci fosse il budget per svolgere i concorsi, voi sareste contrari alla figura del ricercatore a tempo determinato?

Ben venga questo tipo di figura professionale, tra l’altro già prevista dall’attuale normativa, eventualmente supportata anche da aziende ed enti esterni, a patto che coesista con quella a tempo indeterminato. Mantenere questa versatilità offre la possibilità di crescere nel settore della ricerca e di contenere il “vuoto” del pensionamento dei docenti.

All’orizzonte sembra delinearsi una netta dicotomia tra studi scientifici e umanistici. Questi ultimi lamentano una mancanza di fondi che arresta la ricerca, al contrario del settore scientifico, supportato da elementi esterni?

In relazione al panorama che le ho descritto, non mi riferisco strettamente ai tagli da un punto di vista finanziario, quanto alla stessa linfa vitale delle persone che lavorano all’università. I contorni fumosi della figura del ricercatore comportano l’allontanamento progressivo dei giovani da questo tipo di carriera. Altro aspetto riguarda i fondi destinati alla ricerca. Per le facoltà scientifiche, basti pensare all’acquisto di attrezzature e materiali di funzionamento per laboratori che richiedono nuovi strumenti e manutenzione costante. Vista l’estrema scarsità di finanziamenti ministeriali, per i più fortunati si rende necessaria la stipula di contratti con aziende, non per svolgere attività di ricerca vera e propria, ma per semplice trasferimento tecnologico. Un vero e proprio lavoro di tipo industriale, i cui proventi sono successivamente “investiti” nella ricerca accademica.

Una ricerca, dunque in parte condizionata da esigenze esterne?

In parte sì. Tuttavia, un condizionamento che non ha necessariamente una connotazione negativa, poiché tende a ridurre lo scollamento tra il tessuto industriale e quello accademico. Ovviamente questa sorta di doppio binario si viene a creare in assenza di fondi appositi per la ricerca, applicata o di base che sia. Se non si opera la manutenzione necessaria, l’obsolescenza delle attrezzature di laboratorio è rapidissima e ogni laboratorio di ricerca rischia di dissipare esperienze e risorse economiche estremamente rilevanti.

Professore, eppure, aldilà della controversa riforma attuale, sono in molti a sostenere che gli stessi docenti hanno contribuito al degrado universitario. La stessa applicazione del 3+2 si è rivelata inefficace. Il sapere è frammentato, senza un reale disegno didattico e formativo.

Che sia necessaria una riforma siamo d’accordo, ma non è condivisibile che ci sia un’imposizione dall’alto, sottraendo autonomia agli atenei e, inoltre, “senza oneri per la finanza pubblica”. Concordo pienamente sul dato di fatto incontestabile che il 3+2 abbia generato una fioritura di corsi in modo indiscriminato e, a volte, irresponsabile, ma non posso avallare una razionalizzazione delle spese in senso orizzontale, senza entrare nel merito delle singole università, facoltà e corsi di laurea. Il taglio dei corsi di laurea tout court è estremamente rischioso, poiché non sempre ad un numero esiguo di studenti corrisponde una tipologia di studi poco produttiva; al contrario, potrebbe rappresentare un settore prospetticamente strategico per lo sviluppo economico, culturale e sociale del paese.

Dato un punto di vista meramente didattico, che cosa contestate al decreto?

Rivesto la carica di Presidente del corso di laurea in Ingegneria Elettronica, dunque sento particolarmente il problema. Attualmente, i consigli dei corsi di studio sono composti sia da professori di materie caratterizzanti che docenti di materie di base. Docenti che appartengono a un organo più ampio: il consiglio di facoltà. L’attuale riforma prevede che la facoltà svanisca come istituzione, mantenendo sole funzioni consultive tra i direttori di dipartimento e che sia “sostituita” dal dipartimento, per sua “natura”, deputato al coordinamento dell’attività scientifica. I professori si raggruppano in un dipartimento per affinità di ricerca e non di attività didattica, mentre con la nuova normativa tale organo assommerebbe le funzioni didattiche e quelle di coordinamento dell’attività scientifica.

Risvolti gestionali e didattici?

Verrebbe a mancare il ruolo attualmente svolto dalla facoltà, ossia di punto d’incontro e di coordinamento delle attività didattiche. I professori che insegnano materie di base (quali per noi chimica, fisica o geometria), avrebbero scarso interesse scientifico ad unirsi a dipartimenti d’ingegneria, tipicamente orientati alla ricerca applicata e specifica dei settori caratterizzanti. Non si possono azzerare le funzioni “vitali” di un organo, la facoltà, senza un’analisi preventiva che coinvolga ogni elemento costituente, iniziando dai corsi di laurea, “illustri assenti” nell’attuale decreto.

Ed è proprio questo il punto professore, gli studenti e l’opinione pubblica in generale, avvertono la necessità di entrare nel dettaglio. Che cosa accadrà ai corsi di laurea? Si andrà ad intaccare la forma sostanziale dell’organizzazione didattica o si permarrà nel limbo delle lauree triennali e specialistiche, un “unicum” nel panorama formativo europeo?

Ovviamente, non posso assurgermi al ruolo di legislatore. Per esperienza, posso dirle che se si tocca il ruolo della facoltà si agisce su un meccanismo dagli equilibri delicatissimi e che potrebbero rivelarsi ingestibili. Se entriamo nel merito dell’ordinamento degli studi, le rispondo con una domanda: quanti ingegneri triennali sono stati assorbiti dal mondo industriale? Molto pochi, specialmente se confrontati con le intenzioni iniziali. Confindustria e le organizzazioni imprenditoriali hanno inizialmente spinto verso una riforma del’università in questa direzione, richiedendo tecnici specializzati, e assumendone poi ben pochi.

Esiste una concreta possibilità di arresto dell’a.a. 2010/2011?

A seconda degli atenei, si può parlare di una possibilità in prospettiva o di una realtà immediata. Il blocco del turn over (blocco delle assunzioni del personale per tre anni), “la minaccia” dei ricercatori di astenersi dal carico didattico non dovuto per contratto, la mancata risposta a bandi di supplenza o contratto non sono forieri di buoni presagi.

E’ necessaria dunque una riforma che smuova le fondamenta della struttura didattica e amministrativa degli atenei. E l’assunzione tramite concorso, tipologia da mantenere?

Sempre più politici e legislatori invocano il sistema universitario anglosassone; iniziamo allora a trasferirne le modalità più efficienti, come la cooptazione diretta per le assunzioni del personale accademico, trasportando assieme ad essa la necessaria responsabilizzazione di chi assume tali scelte.

Forme di mobilitazione dunque alla “ricerca” di terreno comune di dialogo e di progettazione. Un’esigenza forte di ri-formare per formare attraverso un modello in cui si riconosca un disegno culturale e scientifico che richiede trasparenza e onestà intellettuale, sia in ambito accademico che politico-legislativo.

Amanda Coccetti

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