Lettera estiva di un precario alle 4 stagioni

settembre 5th, 2010

Spett. Azienda,

mi rivolgo alla tua (consentimi il tu) gentile attenzione per sottoporti una breve analisi di alcuni punti che proprio non riesco a capire. Forse la tua lungimiranza ed esperienza mi aiuteranno a fare luce tra il buio pesto nel quale mi barcameno con evidente difficoltà.

La nostra costituzione recita: Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società

Il progresso tende per definizione a migliorare le condizioni di vita e di civiltà dell’uomo. Tu pensi di avere contribuito a tale avanzamento? Di solito, ti autodefinisci con parole che trasudano efficienza, qualità e etica. Sentirti parlare è quasi commovente. Se non fosse per l’indurimento emotivo a cui la vita mi ha condotto, avrei anche versato qualche lacrima amarognola per te. Ma poi mi domando il perché di tanti visi rabbuiati, di tanti animi esacerbati, maleducazione e assenza di umanità nell’universo dei lavoratori ed allora che mi chiedo che forse qualcosa non ha funzionato.

Sai, la fidelizzazione del cliente non parte dal cliente stesso. E’ il nucleo professionale capace e in armonia a generare naturalmente la fedeltà. Come puoi pensare che un dipendente elabori un prodotto forte quando è il primo a rimanere escluso dalla filiera lavorativa. Un bosco rado non offre ristoro, ma una squallida visione d’insieme. Senza un’autentica coesione, la produzione rimane ad un livello elementare.

Il regno multimediale, offerto dalla tecnologia non è che uno specchietto per le allodole che si infrange al primo respiro autentico. I ruoli non sono casuali. Ogni persona (ti ricordi il valore di questa parola?) ha un proprio obiettivo e valenza nell’ambito di un contesto collettivo. Se ne mortifichi una, anche se, a tuo avviso, la meno significativa, commetti una offesa duplice: offendi e umili un essere umano e offendi te stessa; prendi a calce una parte di te. Ti indebolisci dall’interno. Dai principio ad un processo inarrestabile di auto decomposizione.

Capisco che non hai interesse nel gratificare qualcuno che consideri inferiore, un mero mezzo per perseguire un tuo personalissimo fine, ma mia cara quanto sei miope in questa considerazione. L’essere umano non è mosso solo da desideri primari. Vi è una lunga lista di necessità intellettuali, spirituali e materiali che tu sembri avere accantonato per smemoratezza o semplice incuria.

Reputi che celare parte della conoscenza aziendale alle parti “più deboli” sia una strategia vincente. Reputi che seminare diffidenza e malsana competizione tra i tuoi “inferiori” aumenti la produttività. Reputi che tenere sotto il giogo della precarietà i collaboratori nutra vitalità professionale e sudditanza lavorativa. Reputi che la mancanza di dignità profferta agli anelli più piccoli della tua enorme (non per volume, ma per pretese) catena di montaggio ne rafforzi l’autorità. Una testa, un tronco e due gambe si trovano ovunque e senza condizioni.

Chissà forse la tua “vision” trionferà. Al momento sei in un mare di guai sommersi o forse già emersi.

La stanchezza dei lavoratori ha raggiunto livelli preoccupanti. L’ambiente è surriscaldato come l’atmosfera e tu, carente di identità. Non hai più un volto. Sei la ripetizione di mille sguardi persi nel vuoto, senza meta, accecati dalla propria ingordigia. L’incoerenza delle tue idee e risultati non è ancora visibile. La gente ha fretta (se solo si fermasse un attimo ad osservare!) e si accontenta della superficie, ma se la società ha ancora una coscienza; i tuoi giorni sono contati.

La scelta tocca a te. Continuare a percorrere il cammino della distorsione umana e professionale o fare marcia indietro o avanti (a seconda di come ne valuti il significato) e provare a costruire un’azienda dal volto umano.

Buona fortuna e a presto.

Una voce per caso

3 Comments

  1. erre ci says:

    Non capisco il commento di Angela. E’ proprio il Corriere dell’Università e del Lavoro che deve pubblicare una lettera del genere. Se non loro chi?

  2. redazione says:

    Cara Angela,

    grazie per averci dedicato del tempo.

    Come redazione riteniamo opportuno e doveroso dare voce ad ogni nostro lettore. Non pubblicare questa lettera significherebbe censurarla. Grazie ancora.

    La redazione

  3. angela says:

    proprio voi pubblicate questa lettera….

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