Lavoro, il fenomeno in crescita degli inattivi

febbraio 4th, 2011

In Italia aumentano gli “scoraggiati” ossia coloro che rinunciano a cercare un lavoro. Le ultime stime dell’ Istat dicono che nel terzo trimestre del 2010 sono arrivati a quota 1 milione 478 mila, il 14% in più rispetto allo stesso periodo del 2009.
“Ciò che serpeggia tra la popolazione italiana è una sorta di disincanto nelle prospettive future, come se l’obiettivo principale non fosse la costruzione di ciò che verrà, ma la sopravvivenza quotidiana” commenta Amalia Caputo, responsabile ricerca osservatorio giovani Università di Napoli Federico II.

Le ultime stime dell’Istat sull’occupazione registrano un aumento della popolazione inattiva:quasi un milione e mezzo di persone tra i 15 e i 64 anni rinunciano a cercare lavoro. Quale la sua lettura a questo fenomeno?
Innanzitutto, è necessario sottolineare che i soggetti che hanno rinunciato attivamente a cercare un lavoro – essendo fuoriusciti dalla categoria delle forze di lavoro – non vengono più classificati come persone disoccupate o in cerca di occupazione. Il risultato di questo processo è che i dati attuali sul tasso di disoccupazione calcolato dalle statistiche ufficiali è inferiore a quello reale.
Per quanto riguarda le motivazioni, questo potrebbe essere un raro caso in cui le dimensioni età e residenza non discriminano la popolazione. In altre parole, è possibile che le motivazioni che sono alla base siano molto simili per giovani, adulti, residenti al Nord come al Sud: ciò che serpeggia tra la popolazione italiana è una sorta di disincanto nelle prospettive future, come se l’obiettivo principale non fosse la costruzione di ciò che verrà, ma la sopravvivenza quotidiana. Una conferma in tal senso è proprio l’aumento dell’indebitamento delle famiglie italiane. Credo che questo atteggiamento sia l’unica strada praticabile oggi. Resta da chiedersi da quali risorse gli inattivi attingono, probabilmente da familiari percettori di reddito fisso prevalentemente reddito da pensioni.

Competitivi e occupabili. Ai giovani oggi è richiesta una strutturale riconsiderazione del proprio “dover essere”. Quale il contributo degli adulti, in primis famiglia e scuola?
Le famiglie italiane, gli adulti, i giovani, sono tutti nella stessa condizione: famiglie monoreddito, senza reddito, quarantenni in cassa integrazione o peggio disoccupati.
Per questo, la generazione di giovani che si affaccia o si prepara ad affacciarsi al mondo del lavoro, ad oggi, è una “generazione senza futuro” perché può contare sempre meno sui sistemi di protezione familiare, indeboliti dalla crisi, e che non possono fornire loro un supporto ed un aiuto. La famiglia oggi, quindi, non può che sostenere psicologicamente i giovani sollecitandoli a costruire il loro futuro, nonostante tutto.
La scuola e l’università con i tagli subiti fanno quello che possono; probabilmente sarebbe necessario puntare sull’orientamento alla scelta universitaria e all’orientamento lavorativo. Sarebbero, cioè, necessarie azioni concrete che supportano il giovane a scegliere consapevolmente il suo futuro, sulla base delle sue aspirazioni e delle sue tendenza chiarendo qual è lo scenario lavorativo in cui si affaccia.
Con i tagli nelle scuole e nelle università e l’assenza di investimenti (soprattutto al Sud) non esiste una politica di sviluppo, una situazione che, a lungo andare, porterà il nostro Paese ad un declino inarrestabile. Il vero problema è che le politiche praticate nell’ultimo decennio sul mercato del lavoro e propagandate come finalizzate a favorirne l’ingresso dei giovani, si sono rivelate completamente fallimentari: il mercato globalizzato richiede un lavoratore flessibile, ma il lavoratore flessibile ha bisogno di sostegni attivi e passivi, cioè di sicurezza. Il problema è che in Italia la flexsecurity si è concretizzata solo per metà… la flex senza alcuna security.

I giovani come possono imparare a sostenere i continui cambiamenti e imparare una nuova cultura del lavoro?Una domanda a cui è davvero difficile dare una risposta: credo che, anche se crescono i giovani che rinunciano a cercare lavoro, è pur vero che la gran parte di essi sembra mostrare una maturità superiore a quella ostentata da noi adulti: dalla mia esperienza come docente ho potuto appurare che proprio la consapevolezza che nessun titolo di studio sembra in grado di proteggerli dalla precarietà, i giovani si adattano molto più facilmente alle trasformazioni del mercato del lavoro accettando anche occupazioni in contrasto con il loro livello di istruzione e con retribuzioni minime; in altre parole, i giovani sembrano voler fronteggiare – o meglio sfidare – il mercato del lavoro proprio con la flessibilità. Forse i giovani hanno compreso meglio di noi cosa significa flessibilità, il problema è che il mondo del lavoro ‘traduce’ il termine flessibilità con precarietà. Il dato preoccupante sarebbe la crescita ulteriore di giovani ‘scoraggiati’ il che equivale a dire giovani senza la percezione di un futuro ovvero una società senza futuro. Il modo più efficace per costruire una società equa è, quindi, di investire in politiche sociali che garantiscano pari accesso alle opportunità di crescita e sviluppo; individuando norme che garantiscano la reale flessibilità lavorativa.

Ivana Berriola

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