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Quando il Miur riporta i cervelli in Italia

aprile 17th, 2012

Stefania Milan, 32 anni, vincitrice del bando Miur per giovani under 40


L’intervista a Stefania Milan, la sociologa che è entrata a far parte del team dei collaboratori di Francesco Profumo

Ha 32 anni, un dottorato attinente ai nuovi media e ha inviato il proprio curriculum entro il 15 gennaio. Stefania Milan oggi è una delle sei prescelte dal ministro Profumo. E’ stata chiamata a viale Trastevere dopo aver vinto il concorso pubblico del Miur per giovani under 40 e da qualche mese è ritornata in Italia per “restituire quel qualcosa”, che sia il sistema scolastico che universitario italiano le hanno dato. Perché Stefania, dopo la laurea in Scienze della comunicazione e un dottorato”made in Commissione europea”, ha lavorato e studiato in Ungheria, Portogallo, Brasile, California, Canada, Ungheria, Svizzera e Inghilterra, fino ad approdare al Citizen Lab di Toronto, un centro interdisciplinare per la ricerca su internet, sicurezza, e diritti umani. Quasi non ci crede che ora, proprio nel suo Paese, potrà connettere insieme ricerca e policy-making: «l’ambizione segreta – ammette- di ogni accademico».

Stefania prima di tutto ben tornata in Italia. Insomma di cosa si occuperà al Miur?
Il nostro team che si occupa di tutti i sei ambiti dell’agenda digitale: alfabetizzazione informatica, ricerca e innovazione, e-government/open data, e-commerce, smart cities e communities. Lavoriamo in gruppo e costruiamo sulle competenze di ognuno, confrontandoci di continuo. Ci siamo però divisi i compiti, e io seguo in particolare il gruppo di alfabetizzazione (che si occupa non solo di scuola ma di competenze informatiche per l’intera società) e il gruppo infrastrutture. Mi occupo inoltre di partecipazione diretta dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. In altre parole, stiamo pianificando le consultazioni pubbliche online sulle politiche che usciranno nei prossimi mesi.

Quale sarà il suo personale contributo alla pubblica amministrazione?
Spero sarà un contributo di due tipi: di “contenuto” sulle politiche vere e proprie, e di “visione”. Per quanto riguarda la visione, vorrei contribuire a segnare un cambio di passo nella gestione della cosa pubblica, verso maggiore trasparenza e partecipazione diretta dei cittadini, verso una responsabilizzazione collettiva. Questo può avvenire per esempio dando ai cittadini la possibilità di partecipare alle decisioni del governo fornendo commenti e suggerimenti costruttivi, come sta già avvenendo nella consultazione pubblica sul valore legale del titolo di studio. E’ un processo che riguarda sia i cittadini che le istituzioni: entrambi devono acquisire e imparare a gestire una cultura e delle pratiche di partecipazione. Ci vuole tempo, si fanno passi magari imperfetti ma importanti. Per quanto riguarda invece il contributo di contenuto, due esempi concreti per quando riguarda l’ambito scuola, che mi sta particolarmente a cuore:

1)     Stiamo lavorando per inserire nella sfera dell’alfabetizzazione informatica nelle scuole non solo le competenze tecniche di base (come usare i software più comuni, come già avviene), ma un’educazione all’uso critico e consapevole dell’ambiente digitale e dei suoi strumenti. Per esempio: capire come funziona la rete, come viene governata e controllata, quali sono le possibilità e i rischi; capire come funziona e perché è importante la privacy online per esempio. A tal proposito abbiamo accolto la proposta della Fondazione <ahref di Trento per lanciare nelle scuole superiori Privacy Traders (http://www.ahref.eu/it/ricerca/educazione/privacy-traders), un gioco che educa alla privacy nei social networks, che la fondazione ha sviluppato e testato con successo, e che intende mettere a disposizione delle scuole italiane a costo zero. Questo sarà solo il primo passo verso un approccio “olistico” alle competenze informatiche.

2)     La scuola italiana come palestra di partecipazione democratica: pratiche di democrazia partecipativa all’interno delle scuole come integrazione all’insegnamento dell’educazione civica tradizionale.  Usando strumenti di e-participation, ci piacerebbe portare nelle scuole dei micro-progetti di coinvolgimento diretto degli studenti nei processi decisionali su tematiche che li riguardano da vicino, quali il bilancio delle scuole. Si tratta di sfruttare le potenzialità della rete per creare i cittadini consapevoli del domani, e poter in un futuro prossimo fare un uso più sistematico di strumenti di e-participation, quali ad esempio le consultazioni pubbliche in rete nella gestione dello stato. Crediamo che i giovani, in quanto già grandi utilizzatori di strumenti e piattaforme partecipative in rete, possano essere potenziali agenti di e-democracy.

L’Italia è pronta ad affrontare il processo di modernizzazione che vi proponete di attuare?
L’Italia deve affrontare un processo di modernizzazione, non c’è alternativa. Credo anche che in qualche modo il paese sia pronto per questi cambiamenti, e che ci sia una consapevolezza diffusa dell’importanza del periodo storico che stiamo vivendo, e vedo in giro parecchia voglia di cambiare. L’ambito in cui il cambiamento sarà più lento e difficile è senz’altro a livello “culturale”: una diversa gestione della cosa pubblica, allenarsi a sentirsi responsabili di quello che succede nel paese, andare oltre alla classica lamentela per capire come ognuno nel suo piccolo possa contribuire. In tre parole: imparare a partecipare.

Il suo compenso?
24000 lordi all’anno, credo poco più di 1000 euro al mese (dico “credo” perché la pubblica amministrazione ha tempi lunghi, e non ci è stato ancora corrisposto alcun compenso). Non abbiamo né viaggi né mensa pagati né hotel. Questo non per lamentarsi ma per dire che non lo si fa certo per soldi, ma perché ci crediamo e abbiamo voglia di dare il nostro contributo.

E’ contenta di essere ritornata in Italia?
Si! Mi fa piacere poter finalmente dare il mio contributo. Sono stata formata nel sistema scolastico e universitario italiano, e ho ricevuto moltissimo dalle persone e da alcuni docenti che ho avuto la fortuna di incontrare lungo la strada. Mi piace l’idea di “restituire qualcosa”, per quanto possa sembrare banale. Mi piace molto inoltre l’idea di connettere ricerca e policy-making, che è l’ambizione segreta di ogni accademico (“make research that matters”) ma è un salto che spesso non si riesce a fare perché sono due mondi che funzionano secondo regole diverse.

Anna Di Russo
adirusso@corriereuniv.it

 

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