La classifica Roars: le università italiane meglio di Cambridge e Oxford

agosto 24th, 2015
La classifica Roars: le università italiane meglio di Cambridge e Oxford
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Come stanno le università italiane? Ogni anno, ad agosto, c’è l’appuntamento con la classifica ARWU (nota anche come “classifica di Shanghai”) : inesorabilmente siamo chiamati a fare i conti con i risultati costanti e negativi che vengono fuori dal mondo universitario nazionale, soprattutto se confrontati con quello degli altri paesi. Un esempio? Per trovare la prima università italiana, quest’anno, bisogna andare oltre il 150° posto (La Sapienza).

Ci sono, però, delle critiche sempre più fondate riguardo i criteri e la basi scientifiche sulle quali poggiano le classifiche internazionali. Il professor Giuseppe De Nicolao, dell’Università di Pavia, ha provato a smontare il giocattolo, guardando i risultati da una prospettiva differente. In più, si è esercitato in un calcolo molto interessante: se prendiamo in considerazione, infatti, i costi di gestione di ogni istituto e li dividiamo per i punteggi ottenuti nella graduatoria di Shanghai le cose cambiano, e non di poco. Sono gli atenei italiani, in questa situazione, ad occupare le prime posizioni al mondo. Come a dire: in Italia le università ricevono pochissimi fondi, ma li sanno spendere molto bene.

 

Ecco un estratto dell’approfondimento di Giuseppe De Nicolao, tratto da Roars.

CRITERI RIVEDIBILI – A poco vale ricordare che le basi scientifiche di queste classifiche sono labili se on inesistenti (Should you believe in the Shanghai ranking? è l’eloquente titolo di una demolizione tecnico-scientifica risalente al 2010). E nemmeno vale ricordare che, già nel 2004, D. A. King in un celebre articolo su Nature aveva spiegato l’efficienza dei sistemi universitari nazionali non si valuta in base al numero di atenei che entrano nelle posizioni di testa di queste classifiche, ma rapportando il numero complessivo di articoli scientifici  prodotti su scala nazionale – e le relative citazioni – alla spesa per la ricerca:

The Shanghai Institute of Education has recently published a list of the top 500 world universities. The order is based on the number of Nobel laureates from 1911 to 2002, highly cited researchers, articles published in Science and Nature, the number of papers published and an average of these four criteria compared with the number of full-time faculty members in each institution. I believe none of these criteria are as reliable as citations.
A. King, “The scientific impact of nations – What different countries get for their research spending”, Nature, vol. 430|15, July 2004,

Infatti, se su scala individuale – singolo ricercatore o singolo articolo – la comunità scientifica internazionale manifesta una crescente cautela nei riguardi di valutazioni affidate ai soli indicatori bibliometrici (si vedano, per esempio la San Francisco Declaration on Research Assessment e l’IEEE statement on the appropriate use of bibliometric indicators), è invece ritenuto possibile – pur con le dovute cautele – il loro uso su scala aggregata per quantificare il contributo e l’impatto scientifico di istituzioni o di intere nazioni.

SCImago2012

Ebbene, l’Italia è la nona nazione al mondo per articoli scientifici pubblicati nel 2012, mentre è la settima per il loro impatto, misurato dalle citazioni  (SCImago Country Rankings). Una posizione di assoluto rilievo, se si confrontano le nostre spese in università e ricerca con quelle delle nazioni che ci precedono. Un ruolo internazionale che spiega il numero, relativamente elevato di atenei italiani che riescono ad entrare nelle classifiche internazionali (20 atenei su 500 della classifica ARWU 2015, il che pone l’Italia al sesto-ottavo posto, a pari merito con Canada e Australia).

Bisogna anche ricordare che una classifica come quella di Shanghai elenca 500 università su un totale mondiale che viene stimato intorno a 17.000 atenei (Global university rankings and their impact – EUA report on rankings 2011). Quindi, chi si ostinasse a credere in queste classifiche, dovrebbe prendere atto che, dei 66 atenei statali italiani (58 se si escludono gli Istituti speciali come Università per stranieri e Istituti di alta formazione dottorale), circa uno su tre entra nel top 3% mondiale.

Eppure, l’unica notizia che “buca” è l’assenza dell’Italia dall’Olimpo delle prime 150 università, fornendo una ghiotta occasione per denunciare inefficienza e irrilevanza dell’università italiana e dei suoi docenti. Tutti questi discorsi, che appaiono indiscutibili all’uomo della strada, trascurano però un aspetto essenziale, ovvero quello delle risorse destinate all’università e alla ricerca.

Quasi nessuno sa che che la spesa pubblica italiana destinata all’università è – in rapporto al PIL – la penultima in Europa e tra le ultime dell’OCSE. Non è facile correggere questa distorsione prospettica, anche perché nessuna delle classifiche internazionali degli atenei introduce delle normalizzazioni per tener conto dei diversi livelli di spesa.

Ecco perché abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori un rudimentale “esercizio pedagogico” che, senza pretese di scientificità, aiuti anche i non esperti a mettere nella giusta prospettiva i risultati delle classifiche internazionali.

CAMBIAMENTO DI PROSPETTIVA – Lanciamo quella che, a tutti gli effetti, sembra essere una “sfida infernale”. Mettiamo a confronto le prime 20 università in classifica con le 20 università italiane che vi sono elencate. In particolare, ci concentriamo sul punteggio (compreso tra 0 e 100 e indicato nella tabella seguente come Total ARWU score) che ci permette, ancor meglio della posizione in classifica, di valutare la distanza dalle italiane rispetto all’eccellenza mondiale (sempre secondo i discutibili criteri ARWU).

La classifica ARWU pubblica i punteggi totali solo per i primi 100 atenei, ma questa è una difficoltà facilmente aggirabile. Basta infatti applicare la formula che aggrega i punteggi parziali (pubblicati da ARWU per tutti e 500 gli atenei) per ottenere anche i punteggi delle 20 università italiane.

È lecito domandarsi perché non vengano pubblicati i punteggi dalla 101-ma posizione in poi. Una spiegazione potrebbe essere la consapevolezza da parte di chi stila la classifica che le differenze di punteggio non sarebbero statisticamente significative: meglio mettere 50 atenei a pari merito tra 101 e 150 oppure 100 atenei a pari merito tra 201 e 300 che illudere l’opinione pubblica sull’ordinamento di atenei che sono a tutti gli effetti indistinguibili tra loro. Un’osservazione che farebbe bene a tener presente chi si appella a queste classifiche come a un “giudizio di Dio”.

I RISULTATI – Ed ecco i risultati. Come si vede dalla tabella seguente, in cui la top ten è evidenziata mediante uno sfondo verde chiaro, quando si considera l’efficienza della spesa la situazione si capovolge. Quella che sembrava una sfida infernale si è risolta decisamente a favore degli atenei italiani.

Normalized_ARWU_2015

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