“Caro ministro, legga le nostre storie”. La lettera aperta dei ricercatori a Poletti

febbraio 24th, 2016
“Caro ministro, legga le nostre storie”. La lettera aperta dei ricercatori a Poletti
Ricerca
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In principio fu la DIS-COLL. Nei mesi scorsi c’è stata una grande mobilitazione dei ricercatori italiani, a partire dalla campagna #dihobbynehoaltri. Dopo il caso-Giannini, e le proteste della ricercatrice Roberta D’Alessandro, che pregava il ministro di “non vantarsi dei suoi successi ottenuti all’estero”, torna attuale più che mai il tema della ricerca in Italia, e del rinnovamento di un settore che appare in grande difficoltà. Nei giorni scorsi è stato il premier Matteo Renzi a chiarire le cose. Rivolgendosi ai ricercatori, infatti, Renzi ha detto “Andate pure all’estero, ma faremo dell’Italia il topo nel mondo per la ricerca”. Nelle settimane passate i ricercatori di AIRicerca hanno inviato una lettera aperta al ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Eccola nella sua versione integrale.

Gentile Ministro,

In questi ultimi mesi, in seguito alla negata estensione dell´indennità di disoccupazione (DIS-COLL) al settore della ricerca, hanno avuto luogo molteplici iniziative di protesta adottate da associazioni che rappresentano i ricercatori non strutturati.

Come rappresentanti di AIRIcerca, (Associazione Internazionale dei Ricercatori Italiani) siamo stati negativamente colpiti dalle dichiarazioni ufficiali rilasciate dal Suo Ministero (INTERPELLO N. 31/2015, Protocollo Prot. 37/0022563) in cui si afferma che: “l’art. 22 individua negli “assegni di ricerca” una tipologia di rapporto del tutto peculiare, fortemente connotata da una componente “formativa” dell’assegnista”.

L’attuale situazione della ricerca in Italia è senza dubbio preoccupante: i drastici tagli alle risorse destinate a Università e Ricerca ed i blocchi al reclutamento attuati negli ultimi anni stanno mettendo a serio rischio la sopravvivenza della parte sana del nostro sistema accademico. Crediamo che nel lungo periodo questo avrà conseguenze drammatiche sull’economia e sullo sviluppo del Paese.

A ciò si aggiunga la crescita esponenziale di laureati italiani che scelgono di proseguire il proprio cammino nella ricerca fuori dall’Italia, attratti, tra le altre cose, da maggiori fondi a disposizione degli atenei, condizioni lavorative più eque, una maggiore sicurezza sociale ed un riconoscimento del proprio ruolo anche da un punto di vista retributivo. Si tratta di una emorragia, di dimensioni di anno in anno maggiori, che con tutta evidenza sottrae la linfa vitale del sistema universitario.

Nell’attuale situazione di crisi del nostro sistema accademico, in cui i ricercatori sono già soggetti ad umilianti condizioni contrattuali, stipendi inadeguati e precarietà, risulta ancora più avvilente la completa assenza di tutela a livello giuslavoristico, la cui assenza affonda le proprie radici nell’equivoco di fondo della mancata definizione del ricercatore come lavoratore a tutti gli effetti.

L’idea che l’attività di ricerca non sia vista – né di conseguenza disciplinata – alla stregua di una posizione lavorativa, ma come una sorta di perenne percorso formativo, oltre a rappresentare un´offesa per le decine di migliaia di persone che quotidianamente dedicano passione e abnegazione nello svolgere la professione di ricercatore, costituisce un grave danno, anche economico, per la società. Questa visione infatti contribuisce ad allontanare dal Paese personale altamente qualificato in grado in prospettiva di offrire un contributo molto importante, se non fondamentale. La professione del ricercatore richiede prima di tutto un´alta formazione finalizzata al raggiungimento di un elevato grado di specializzazione, di cui la costante attività di studio ed il continuo aggiornamento sono parte integrante per stare al passo con gli ultimi sviluppi dei rispettivi campi. Questo non certo per cultura personale, ma proprio per poter essere maggiormente competitivi ed in grado di sviluppare studi, ricerche ed applicazioni di qualità. La ricerca non può pertanto essere liquidata né come perenne formazione quasi fine a se stessa, né tanto meno o come un hobby.

AIRIcerca ha lanciato una campagna di sensibilizzazione per far comprendere a chi non lavora in questo settore cosa significhi realmente essere ricercatore denominata “Di hobby ne ho altri”. Numerosi ricercatori italiani hanno aderito con entusiasmo, inviando una fotografia scattata sul proprio posto di lavoro accompagnata da una breve descrizione della propria attività. Tutto ciò con la speranza di affermare e dare finalmente la giusta visibilità alla troppo spesso negata professionalità del ricercatore. La ricerca, Sig. Ministro, rientra a pieno titolo tra “le attività e le funzioni che concorrono al progresso materiale e spirituale della società secondo le proprie possibilità” cosi come definite dall’art. 4, co. 2, della Costituzione italiana e vorremmo che il legislatore finalmente dimostrasse fattivamente di averlo compreso..

Signor Ministro, La preghiamo gentilmente di leggere le storie dei ricercatori che sono allegate alla presente lettera (che trova al seguente link) e speriamo che lei possa cosi comprendere gli sforzi e i sacrifici di chi, nonostante impegnato in attività di primaria importanza per lo sviluppo economico e sociale, riceve dallo stato tutele largamente insufficienti. AIRIcerca pertanto la invita rispettosamente ad assumere un impegno formale volto al riconoscimento della figura del ricercatore quale lavoratore, con tutte le conseguenze ed implicazioni del caso sul piano legislativo.

Vorremmo sottolineare che a questa campagna hanno partecipato numerosi ricercatori italiani impiegati all’estero. Crediamo che questo sia un segnale di come in questi emigranti sia ancora forte il desiderio di vedere un´Italia migliore dove poter un giorno tornare proprio nella speranza di contribuire allo sviluppo del Paese”.

AIRIcerca

(Associazione Internazionale Ricercatori Italiani)

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