RIO 2016: Lo sport può cambiare la vita delle persone

ottobre 19th, 2016
RIO 2016: Lo sport può cambiare la vita delle persone
Attualità
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Abbiamo ricevuto in redazione al “Corriere dell’Università”questo contributo di un nostro lettore che ha avuto la fortuna di fare da giovane, una bellissima esperienza durante le Olimpiadi di Rio. Lo pubblichiamo volentieri per condividerne il messaggio.

È complicato descrivere pienamente le emozioni vissute durante la manifestazione sportiva più importante al mondo. Selezionato come assistente dei comitati olimpico e paralimpico italiani, ho avuto la possibilità di vivere da vicino una realtà internazionale a stretto contatto con atleti, allenatori, organizzatori e volontari di tutto il mondo: un patrimonio umano e culturale di inestimabile valore all’interno della meravigliosa cornice naturale offerta dalla “cidade maravilhosa”, che con il Cristo Redentore e il Pan di Zucchero, le immense distese di foreste e gli infiniti boulevard di Copacabana e Ipanema, rendono Rio De Janeiro senza dubbio una tra le più belle città al mondo. Tutto ciò arricchito dalla semplice e naturale apertura verso il prossimo della popolazione brasiliana, predisposta alla condivisione e alla ricerca continua della felicità anche in circostanze complicate della vita sia per problemi economici che politici.
L’allegria carioca è stato l’aspetto più emozionante, coinvolgendomi instancabilmente in incontri e feste nelle quali le persone, con questo spirito, trovano la migliore espressione di loro stesse: un vero e proprio sogno ad occhi aperti, che ci fa riflettere sul valore imprescindibile dello stare insieme, della solidarietà, della sussidiarietà e della condivisione. Ho avuto l’onore di vivere la mia esperienza nel villaggio olimpico e paralimpico (dove risiedevano gli atleti) e nei quattro luoghi di competizione: Deodoro, Copacabana, Maracanà e Barra da Tijuca (dove è stato costruito il parco olimpico).

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La neozelandese Nikki Hamblin è soccorsa dalla statunitense Abbey D’Agostino

Sarebbe impossibile elencare tutte le persone incontrate, la ricchezza delle culture e delle tradizioni dei popoli che ho potuto assaporare in tutti i miei giorni di permanenza, quantificate solo dal numero di spille scambiate, un’usanza che si ripete in ogni grande evento internazionale, un piccolo oggetto che rappresenta con orgoglio la propria nazione. Lo stesso vale per le innumerevoli gare a cui ho assistito: un tripudio continuo di atleti gioiosi per aver dato onore alla patria di origine vincendo medaglie, ma anche di sconfitti che hanno accettato il risultato con sportività, onorati comunque di aver partecipato. D’altronde, chi pratica sport lo sa bene, la tensione accumulata nei lunghi anni di allenamento e preparazione che si riversa nei pochi minuti, a volte istanti, dello svolgimento della gara, può riservare brutte sorprese in un clima di alta competitività; ma è proprio in queste situazioni che risulta fondamentale rialzarsi, riprendere il cammino dopo un inevitabile momento di sconforto: una grande metafora per la vita, dove gli ostacoli, a volte fisici a volte sociali, mettono a dura prova la capacità di ognuno di non demordere e di andare sempre avanti.
Ci sono alcuni particolari momenti che conserverò per sempre nel mio cuore come esperienze uniche. Il primo tra questi è aver partecipato all’alzabandiera nel villaggio olimpico, cerimonia importante specialmente in un momento come questo in cui si perde sempre di più l’identità per colpa di un’errata interpretazione della globalizzazione, dove il dialogo non è concepito come condivisione di culture, bensì come un mero appiattimento sociale di cancellazione delle proprie identità in favore di “nuovi” valori come il consumismo sfrenato e la virtualizzazione delle relazioni; eventi come i Giochi olimpici e paralimpici ci ricordano invece l’importanza dei simboli nazionali, che sono punte di iceberg di un immenso patrimonio culturale costruito nei secoli. Aver accompagnato le squadre italiane alla cerimonia di apertura dei giochi è un altro momento che conserverò indelebilmente nella mia memoria: i sorrisi, le speranze, la vitalità degli atleti pronti a mettere alla prova le loro capacità non solo è un tesoro dal punto di vista umano, ma dona carica e voglia di esprimere i propri talenti a quanti, da vicino e da lontano, hanno la possibilità di venire a contatto con tale realtà.

Ultimo, ma sicuramente non per ordine di importanza, è stato l’incontro con Alvise De Vidi, atleta paralimpico che anche ai giochi di Rio 2016 è riuscito a vincere una medaglia nonostante i suoi 50 anni di età. Le parole scambiate con lui, troppo poche per la profondità trasmessa, mi hanno indotto a una seria riflessione su quanto sia il tempo perso nell’angosciarsi per problemi futili; viene naturale chiedersi quale possa essere la reazione di una persona che un momento prima aveva speranze per un futuro radioso, e un momento dopo si trova fisicamente limitato su una sedia a rotelle, per una fatalità tanto dura quanto improvvisa: la risposta sarebbe oltremodo negativa se non fosse che, proprio in casi di prova non dura ma estrema, si viene catapultati alle radici di sé, ai fondamenti della propria esistenza, e incredibilmente si ritrova non solo la gioia di vivere, ma anche la capacità di trasmettere la propria serenità agli altri, perché si comprende che il segreto di una sana esistenza non è nei soldi, nella notorietà e nella carriera, concetti che la nostra società ci impone come priorità, ma è nella forza potenzialmente infinita delle relazioni vere e concrete che si costruiscono con gli affetti di chi ci sta intorno, quella potenza da esseri relazionali quali siamo che, attraverso lo stare bene insieme, ci fa dimenticare tutto il resto, che è superfluo e addirittura dannoso se scollegato dalla condivisione.
A poco più di un mese dal termine dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Rio 2016, giunge dunque naturale una riflessione sul significato dello sport nel mondo odierno: 209 delegazioni olimpiche, e 176 paralimpiche, sono state protagoniste dei primi Giochi dell’America meridionale. Numeri straordinari che evidenziano la dimensione unificatrice e aggregatrice a livello universale dello sport. Tale fenomeno risulta ancor più considerevole se inserito nel contesto della società contemporanea, dove consumismo e un uso errato della tecnologia portano le persone ad atomizzarsi, ad essere sempre più sole, e a rifugiarsi dietro schermi, realtà virtuali in cui vengono mostrate felicità e condivisione che tuttavia risultano essere apparenti in quanto isolate dal mondo al di fuori delle nostre stanze. La plurimillenaria tradizione sportiva continua ad insegnarci esattamente l’opposto: felicità e condivisione esistono solo dove c’è incontro reale tra le persone, che è il primo cardine dello sport. Quest’ultimo non rimane a sé stante, ma è corroborato da una costellazione di valori: spirito di gruppo, competizione sana, fair play, educazione al rispetto delle regole e del prossimo, sono fondamenti non solo di una gara sportiva, ma della stessa civiltà umana. Per questo è essenziale che le nuove generazioni continuino ad essere educate allo sport, parte integrante di una vera formazione integrale della persona, al fine di creare una società più rispettosa. Olimpiadi e Paralimpiadi ne sono il perfetto esempio: guerre, tensioni politiche e sociali tra blocchi di potenze e Stati, forti scontri culturali hanno fatto da cornice a molte edizioni, ma la forza unificatrice dello sport è sempre riuscita ad andare oltre ogni divisione, e a riunire tutto il globo attraverso strette di mano tra atleti appartenenti a nazioni che in altro modo mai si sarebbero incontrate. Se il numero delle delegazioni olimpiche varca addirittura la soglia delle 193 nazioni rappresentate all’Onu significa che, più di ogni sforzo diplomatico e politico, a rappresentare una speranza per un futuro di pace sono i valori trasmessi dai Giochi Olimpici e Paralimpici, e dalle innumerevoli competizioni sportive organizzate in ogni angolo del pianeta.

Paolo Massimo Campogrande

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