Moderni aurighi

gennaio 24th, 2017
Moderni aurighi
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Spesso gli atleti più tenaci che praticano sport popolari vengono paragonati agli antichi gladiatori romani. È abbastanza comune riferirsi con questo termine al famoso mediano nel gioco del calcio, il proverbiale calciatore che “segna sempre poco” ma che deve sacrificarsi per i propri compagni, fino a sputare sangue. Chi segue lo sport più amato dagli italiani sa bene che è oramai una pratica diffusa tra i calciatori gettarsi a terra al minimo contatto, per ottenere il massimo in termini di possibilità per la propria squadra: un calcio di rigore, una punizione interessante o una sanzione disciplinare per un avversario. A volte il calciatore preferisce prendere una punizione sicura o un rigore piuttosto che proseguire l’azione e cercare la conclusione. Tipicamente le mani sul volto e gli spasmi sono segni dell’avvenuto contatto letale: queste reazioni, legittime sebbene spropositate, di solito sono efficaci rispetto all’ottenimento del fallo, ma causano inevitabilmente nello spettatore un vago senso di imbarazzo: uomini grandi e grossi, atleti professionisti, che fingono dolori inimmaginabili a seguito di contatti che la maggior parte delle volte non hanno un reale impatto sul corpo dell’atleta. Gladiatori, dicevamo.

Fortunatamente esiste uno sport nel quale è possibile definire gli atleti gladiatori, ma di un tipo molto specifico: aurighi, i conduttori delle bighe. Il movimento della Pallacanestro in Carrozzina è presente in Italia dalle Olimpiadi di Roma del 1960. Nella serie A giocano 9 squadre, nella serie B quasi il doppio. Non si vuole affermare che alcuni sport siano migliori di altri, o che il calcio sia oramai noioso e senza cuore (chi scrive è un tifoso fedele e appassionato): per una serie di fattori, la pallacanestro in carrozzina non vede atleti accentuare, fingere, o cercare il dolore, forse perché le persone che giocano a questo sport (come tutti gli sport paralimpici) hanno conosciuto davvero il dolore. Come duemila anni fa le bighe sfrecciavano al Circo Massimo sfiorandosi nel tentare le curve più ardite, così oggi i giocatori di basket in carrozzina sferragliano gli uni contro gli altri per trovare soluzioni a canestro. Laddove i gladiatori colpivano le bighe avversarie trovando la morte o procurandola agli altri, gli atleti del basket in carrozzina possono colpire, essere colpiti e cadere: per questo prima abbiamo parlato dei calciatori. Chi cade, nel basket in carrozzina, non vede l’ora di rialzarsi, perché rimanere a terra per dimostrare di essersi fatti male non può essere parte del gioco. E chi vede per la prima volta una partita di basket in carrozzina, non può non sobbalzare nonappena un atleta perde il controllo delle due ruote e cade. Oddio, poverino. E invece no, si rialza subito, perché se l’uomo cade e può rialzarsi, si rialza. Sarà l’arbitro a decidere se è fallo o meno, restare a terra non cambia la dinamica dell’azione.

Rialzarsi al più presto, ogni volta che si può: questo significa essere gladiatori.

Tommaso Cardinale

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