ottobre 8th, 2017

Non vorrei rischiare di cadere in luoghi comuni, ma a colpirmi di questa esperienza Erasmus è stato prima di tutto come la mia percezione del tempo si sia alterata, colorata, deformata, forse anche un po’ distorta: ogni cosa sembra accadere così velocemente che ho bisogno di scrivere per conservare il sapore esatto di ogni ricordo. La mia avventura è iniziata poco più di due mesi fa quando un aereo mi ha catapultato sotto il cielo gonfio di nuvole e di aspettative di Gent, Fiandre Orientali, Belgio.

Ripenso con un sorriso alle piccole cose di quella calda mattina di luglio: mia madre che mi chiede se abbia ricordato il passaporto, il mio piccolo quadernino da viaggio in cui stavano diligentemente annotate tutte le coincidenze da prendere, quella valigia troppo pesante e la sensazione di trovarsi in bilico tra tutto ciò che mi aveva sempre fatto sentire a casa e luoghi, volti, abitudini che non erano i miei, e che forse non lo saranno mai del tutto, ma ai quali avevo deciso già da tempo di dare una possibilità. Vi sembrerò una sentimentale, ma ho sempre sentito il viaggio come un momento di transizione, di scoperta, di fermento, su cui romanzare un po’ se ce n’è l’occasione.

Il Belgio è stato un “capitolo di transizione”, come una terra di mezzo da percorrere prima di giungere alla mia vera destinazione: Utrecht, questa piccola città (a pensarci bene, per gli standard dei Paesi Bassi neanche troppo) che scoppia di vita e che non smette mai di incantarmi e di farmi sentire fortunata. Il rumore della pioggia che ticchetta sul tetto della mia camera, il trillare dei campanelli delle biciclette, il profilo della Domtoren e il perenne mutare dei riflessi nell’acqua dei canali sono diventate già da un po’ le coordinate che orientano le mie giornate e che mi fanno sentire che venire qui sia stata una delle scelte più giuste che io abbia fatto, la sfida (soprattutto con me stessa) migliore con cui confrontarsi.

Il mio tempo trascorre tra lezioni universitarie, eventi culturali, feste e semplici passeggiate per il centro città che sono diventate ancora più piacevoli da quando tutto si è acceso dei colori dell’autunno. Vivere qui mi permette di apprezzare la differenza tra conoscere questi posti da turista (e lo sono stata qui molte volte, affascinata da un “altrove” così diverso ma al tempo stesso familiare) e invece viverli abbracciando una prospettiva diversa, provando ad uscire per un po’ dai miei schemi mentali abituali, e in questo modo vedere (e vedermi) più chiaramente.

Le voci, i modi di fare, le espressioni buffe, il modo di camminare delle tante persone che ho conosciuto qui vorticano senza sosta nella mia testa e si intrecciano al punto che molto spesso è difficile districare questa matassa di mille piccoli momenti che stanno gradualmente entrando dentro di me, in parte consapevolmente, in parte con il loro agire su strati della mia personalità di cui neanche sospetto l’esistenza.

Mi piace pensare che in questa transitorietà incalzante ed estremamente coinvolgente qualcosa mi resti addosso, dentro addirittura, e che un giorno, in un’ordinaria giornata di pioggia, mi ricorderò di quella sera in cui camminando per le strade di Utrecht con una pizza fumante da portar via (anche qui ho la mia fidata pizzeria Italiana, che ormai conosce le mie debolezze), quel signore dagli occhi simpatici mi ha rivolto un festoso “Eet smakelijk!” (“Buon appetito”), come se il mio crescente piacere nell’immaginare il momento in cui finalmente mi sarei seduta a gustarla fosse così evidente da non poter essere ignorato.

Sono questi i microscopici dettagli per cui vado pazza, e spero di potervi comunicare nei prossimi articoli un minimo dell’entusiasmo che mi anima da quando sono qui. Doei!

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