DOTTORI DI RICERCA, DOPO UN ANNO OTTO SU DIECI LAVORANO. MA IL MERCATO DEL LAVORO NON LI VALORIZZA

novembre 2nd, 2018
DOTTORI DI RICERCA, DOPO UN ANNO OTTO SU DIECI LAVORANO. MA IL MERCATO DEL LAVORO NON LI VALORIZZA
HomePage
0

Le indagini del Consorzio AlmaLaurea sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei dottori di ricerca analizzano rispettivamente le performance formative di oltre 4.000 dottori di ricerca del 2017 di 20 atenei* aderenti al Consorzio e quelle lavorative di quasi 4.400 dottori di ricerca del 2016 di 27 atenei**, contattati ad un anno dal conseguimento del titolo di studio. I dottori di ricerca del 2016 coinvolti nella rilevazione rappresentano il 44,9% del complesso dei dottori di ricerca delle università italiane in quell’anno.

L’analisi, sebbene evidenzi il buon esito occupazionale dei dottori di ricerca già a un anno dal titolo, mostra che il mercato del lavoro non riesce a valorizzare appieno il percorso formativo e il potenziale professionale dei dottori. Le motivazioni sono legate principalmente a due ordini di fattori: da un lato lo storico sbocco professionale dei dottori di ricerca, ossia l’insegnamento e la ricerca in ambito accademico, caratterizzati da tempi lunghi di stabilizzazione contrattuale e valorizzazione professionale; dall’altro il fatto che il titolo di dottorato fatica tuttora ad essere apprezzato dal tessuto produttivo nazionale.

DAL RAPPORTO SUL PROFILO emerge che le donne rappresentano il 52,1% del collettivo, un valore inferiore rispetto a quanto rilevato tra i laureati di secondo livello del 2017 (59,5%); la quota di cittadini stranieri è pari al 13,0%, una misura più di tre volte superiore a quella registrata tra i laureati di secondo livello del 2017 (3,9%).

L’età media al dottorato di ricerca è pari a 32,9 anni, tuttavia circa la metà dei dottori ottiene il titolo di studio al massimo a 30 anni di età.
L’indagine mostra inoltre che tra i dottori di ricerca, ancora oggi e più che tra i laureati, agisce una forte selezione sociale sulla base del contesto socio-culturale della famiglia di appartenenza. Il 43,9% di chi sceglie di proseguire la propria formazione con il dottorato ha infatti entrambi i genitori laureati (9,9 punti percentuali in più di quanto osservato per i laureati); il 29,0% dei dottori ha inoltre alle spalle una famiglia con uno status socio-economico elevato (è il 25,3% dei laureati di secondo livello).

Per quanto riguarda la mobilità, il 61,0% dei dottori di ricerca consegue il dottorato nel medesimo ateneo della laurea, un 29,0% ha scelto un altro ateneo italiano, mentre il 9,7% dei dottori ha ottenuto la laurea in un ateneo estero, a riprova dell’effettiva attrattività del terzo ciclo dell’istruzione terziaria in Italia.

Per quale motivo si decide di iscriversi a un dottorato di ricerca?
La motivazione più rilevante relativa all’iscrizione al dottorato è quella legata al miglioramento della propria formazione culturale e scientifica: il 79,4% dei dottori la indica come decisamente importante. Seguono le motivazioni legate alla possibilità di svolgimento di attività di ricerca e studio in ambito accademico (46,0%), al miglioramento delle prospettive lavorative (41,3%),all’ottenimento di un finanziamento (35,9%) e allo svolgimento di attività di ricerca e studio in ambito non accademico (32,5%).

La fruizione di finanziamenti per la frequenza del dottorato ha riguardato il 79,1% dei dottori di ricerca del 2017 e il finanziamento ottenuto è stato giudicato adeguato dal 57,9% dei dottori che hanno usufruito della borsa. Resta vero che, nonostante la presenza di finanziamenti a sostegno della ricerca, il 50,4% dei dottori di ricerca dichiara di aver svolto attività lavorative nel corso del dottorato. Infine, il 77,9% dei dottori di ricerca dichiara di aver partecipato, in maniera abituale per almeno un anno, ad attività formative strutturate all’interno del proprio corso di dottorato.

Le esperienze di studio all’estero rappresentano un elemento importante, riguardano infatti il 49,8% dei dottori di ricerca e sono realizzate prevalentemente su base volontaria per collaborare con esperti, elaborare la tesi di dottorato, ma anche per utilizzare laboratori e attrezzature specifiche. Non è un caso pertanto se la soddisfazione complessiva dei dottori per l’esperienza all’estero è pari in media a 8,7, su una scala 1-10.

Il 69,5% di chi ha vissuto un’esperienza all’estero ha scelto come meta di studio un Paese europeo, più specificatamente Regno Unito (14,4%), Germania (11,9%) e Francia (11,5%); tra i paesi extra-europei, gli Stati Uniti d’America (16,0%) sono quelli più attrattivi. Per circa un dottore su tre (33,1%)la durata dell’esperienza all’estero è superiore ai 6 mesi.

Tra gli aspetti che caratterizzano l’esperienza di dottorato risaltano il tempo dedicato alla ricerca (il 50,8% vi dedica oltre 40 ore a settimana; il 21,9% più di 50 ore alla settimana), la realizzazione di pubblicazioni (l’80,7%) e le attività di collaborazione alla didattica (67,4%).

Al termine del dottorato, il 32,8% pensa di intraprendere la carriera accademica, in Italia o all’estero, il 19,2% vorrebbe ricoprire una posizione di alta professionalità alle dipendenze, nel settore pubblico o privato, mentre il 16,1% vorrebbe continuare a svolgere attività di ricerca.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

UA-37172975-1