“Marocchino di m…” non è reato. Prosciolto il prof dell’insulto

gennaio 30th, 2019
“Marocchino di m…” non è reato. Prosciolto il prof dell’insulto
Scuola
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Il tribunale salva l’insegnante delle medie di Torino. Lui: «Macché razzismo, mi è scappato»

«Ma quale razzismo? Mi è scappato…». Tira un sospiro di sollievo Salvatore A., 59 anni, insegnante di Educazione tecnica alle medie, assolto dall’accusa di abuso dei mezzi di correzione. Era finito in tribunale per aver apostrofato due alunni di 11 anni con espressioni del tipo «cosa ridi, marocchino di m…» e «cinese di m…». Quelle frasi gli erano costate tre giorni di sospensione. Ieri mattina, però, il giudice per l’udienza preliminare di Torino, Luca Fidelio, ha deciso che quell’accusa non regge. Secondo lui, mancano i presupposti per sostenere il «pericolo di danno al corpo o alla mente» dei bambini. Senza quell’elemento, l’accusa può essere qualificata soltanto come ingiuria. E anche con l’aggravante dell’odio razziale, da tre anni non è più reato. Depenalizzato, assieme a svariati altri articoli del codice penale.

Il docente annuncia di volersi rivalere contro il Provveditorato per le spese legali. 

«Spero che non si ripeta più, soprattutto in un ambiente dove i bambini dovrebbero essere protetti e non insultati», dice il papà di Ahmed (nome di fantasia), costituito parte civile con l’avvocato Davide Vettorello. Il legale è «sorpreso dalla sentenza, spero che non crei un precedente e che qualcuno non si senta legittimato a tenere questi comportamenti, fraintendendo il tenore della sentenza. È un discorso tecnico, ma non tutti sono addetti ai lavori. Il rischio è che venga male inteso il senso della decisione».

Ma Salvatore A. è convinto di non aver mancato al proprio ruolo di educatore. Anzi. Parte al contrattacco: «Mi rivarrò civilmente contro il Provveditorato e il ministero dell’Istruzione. Questa vicenda mi ha causato danni morali e materiali, comprese le spese per l’avvocato. La preside, poi, non mi ha nemmeno interpellato. Lo sa che ho letto la notizia della denuncia sui giornali?». È stata una rappresentante di classe a segnalare la questione, «ma a me non hanno detto nulla. L’ho saputo alla fine, quando hanno deciso di sospendermi».

Ammette l’insulto al ragazzino di origine cinese (la famiglia non si è costituita parte civile), ma soltanto «per fermarlo. Stava tirando la corda di un avvolgibile, rischiava che gli cadesse tutto addosso. In quel momento, mi è sfuggito il nome, ero preoccupato, gli ho urlato quella frase, ma solo per fermarlo». E il ragazzino marocchino? Salvatore A. è categorico: «Mai detto qualcosa del genere a lui. Mi sbeffeggiava, più volte gli ho detto :“Cosa ridi?”, ma nulla di più».

Nessun dubbio di aver sbagliato? Ribatte: «Mi è scappato, ho chiesto scusa. Guardi che non sono mica razzista, ho amici di colore, non ho frequentazioni di estrema destra. Sono stato anche consigliere comunale per cinque anni per il Partito popolare, nella mia zona di origine, l’Agrigentino».

E ancora: «A scuola ho sempre insegnato a non discriminare, a non fare differenze tra italiani e stranieri. Figuriamoci se ho istigato all’odio razziale». Però, quelle espressioni non lasciamo molto spazio a equivoci. Lui tira dritto e se la prende con la preside: «Poteva chiamarmi, poteva mediare, ma ha fatto nulla. Soltanto perché sono un insegnante precario, come se fossi un docente di serie “B”».

L’episodio è avvenuto a febbraio dell’anno scorso, ma la sospensione è arrivata a giugno, «quindici giorni prima che scadesse il contratto». E poi? Insegna ancora? «Certo, in un’altra scuola di Torino», dice. Qualcuno potrebbe pensare che sia stata una scelta della preside, del provveditorato, del ministero dell’Istruzione. Non è così. La scelta è stata di Salvatore A.: «Pensi, la scuola mi ha anche mandato una mail per chiedermi se volevo andare a insegnare Educazione artistica, non ho neanche risposto». Poi, la vampata di orgoglio: «Mica posso andare in un posto dove la mia professionalità viene sminuita da quattro bambini ineducati e irrispettosi…». Già. Non lo meritano.

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