Riccardo Chailly: la musica è ricerca

ottobre 21st, 2019
Riccardo Chailly: la musica è ricerca
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A colloquio con il direttore musicale della Scala sulla tournée in Cina con l’Orchestra del Festival di Lucerna: «Ci sono autori da riscoprire, Rachmaninov, Rota, Varèse»

L’atterraggio è all’alba. Le strade che portano verso il centro si accavallano l’un l’altra. Ce ne sono a destra, a sinistra, sopra, sotto. Tutto scorre veloce, silenzioso, con lo stesso ordine e rigore con cui, una volta arrivati in centro a Shanghai, si vedono camminare gli abitanti. Che sono 25 milioni circa. Ci si può sentire perduti come il protagonista di Epepe di Ferenc Karinthi, lo scrittore amato da Emmanuel Carrère, in cui il protagonista si ritrova per errore in una città ignota dove nessuno lo considera e se gli parla lo fa in una lingua ignota. Poi arriviamo nella zona della concessione francese, sulla riva sinistra del fiume Huangpu, e proseguiamo verso la Shanghai Concert Symphony Hall.

Nato a Milano nel 1953, Riccardo Chailly ha compiuto gli studi musicali a Perugia, Roma e Milano. Il primo incarico da direttore musicale gli è stato conferito dalla Radio Symphonie-Orchester di Berlino dal 1980 al 1988. Direttore musicale del Teatro alla Scala e direttore principale della Filarmonica della Scala, è inoltre direttore musicale dell’Orchestra del Festival di Lucerna

È il richiamo della musica. Il pizzicato finale della Sesta Sinfonia di Gustav Mahler. C’è il maestro Riccardo Chailly sul podio che sta provando con la «sua» Orchestra del Festival di Lucerna, ora in tournée in Cina. Pechino, Shanghai, Shenzhen con un programma che prevede la Sesta di Mahler, la Quarta di Pëtr Il’ic Chajkovskij, la Terza e il Concerto per pianoforte e orchestra nr. 3 di Sergej Rachmaninov (solista il giovanissimo Alexander Malofeev). Il volto di Chailly è disteso, l’aria soddisfatta del risultato sonoro ottenuto. «Il pizzicato finale della Sesta — spiega al “Corriere” indicandolo sulla partitura — è una vibrazione che fa male, che deve dare il senso del dolore. Suonato con l’affondo di suono e con la consapevolezza di questa straordinaria orchestra, fa emergere tutta la drammaturgia emotiva, non scritta, che sta dietro alla musica di Mahler. I musicisti di questa compagine unica, formata da alcune delle migliori prime parti delle orchestre europee, si ritrovano soltanto per un mese all’anno, due settimane di prove e concerti a Lucerna e due di tournée internazionale, eppure dimostrano di avere penetrato insieme e in maniera profonda il significato di ciò che stanno suonando».

Lei, maestro, è noto per tanta musica. Come mai proprio Rachmaninov?
«Non ho preconcetti (ride, ndr). Negli anni Cinquanta c’erano ideologie legate a un certo tipo di linguaggio che portavano a scelte di separazione fra i repertori. Io questo limite ideologico non l’ho mai condiviso. Rachmaninov è un autore ingiustamente sottovalutato che eseguo da tanti anni, ma sto arrivando solo ora, grazie al lavoro con l’Orchestra di Lucerna, a un progetto che realizzeremo insieme di quattro serate con i 4 Concerti per pianoforte, le 3 Sinfonie e le Danze sinfoniche».

Musica, fra l’altro, di grande complessità esecutiva…
«Non dimentico la prima volta che ho sentito la sua Terza. Erano i primissimi anni Ottanta. Stavo a Berlino e andai alla Philharmonie, dove la dirigeva Lorin Maazel. Quando andai a salutarlo, lui mi chiese: “Ma tu hai capito la complessità musicale di questa partitura?”. Che può anche non arrivare, perché la musica è di piacevolezza immediata, diretta, ma ha delle insidie interne che davvero rendono quasi ogni battuta molto complessa».

Qual è il vero pericolo interpretativo secondo lei?
«Per Rachmaninov, ma anche per Puccini e Chajkovskij, il pericolo è quello di chi si arrende all’apparenza della loro scrittura e di chi si fa tentare dalla parte straordinariamente irresistibile che è quella di un’inventiva illimitata da un punto di vista melodico. Tutto ciò nei tre autori ha anche però un supporto armonico straordinario e il senso della struttura. Questi aspetti è molto facile che vengano, non voglio dire trascurati, ma fraintesi».

Ha invitato come solista il diciassettenne russo Alexander Malofeev, che oltre al «Concerto nr. 3» di Rachmaninov ha eseguito con diabolico virtuosismo anche la «Toccata op. 11» di Prokof’ev.
«Malofeev l’ho sentito la prima volta quando Valery Gergiev l’ha portato alla Filarmonica della Scala tre anni fa. Lui aveva solo 14 anni e mi strabiliò subito il suo talento. Perché non è tanto un Wunderkind (bambino prodigio, ndr): è molto giovane ma ha già una profondità e una capacità tecnica, nonché mnemonico-musicale, tale da renderlo un grande interprete di questo Concerto nr. 3, che è un incubo per tutti i pianisti di questo mondo».

Ne ha incontrati molti di talenti così, anche nei suoi viaggi qui in Cina e in Giappone?
«Enfant prodige ce ne sono sempre stati tanti. Il problema è che un enfant prodige non porta quasi mai alla realizzazione totale di un percorso».

Si parla negli ultimissimi anni, per quanto riguarda la musica classica, della Cina come Paese del futuro. Lei che cosa ne pensa?
«Il Giappone lo conosco molto bene, perché vi ho diretto una infinità di volte. C’è una quantità impressionante di sale da concerto a Tokyo, e poi sono una migliore dell’altra da un punto di vista acustico. La Cina sta seguendo questo stesso processo di evoluzione. Sono venuto qui per la prima volta nel 1996 con l’Orchestra del Concertgebouw e ci sono tornato. L’auditorium di Pechino, dove abbiamo suonato qualche giorno fa, è bellissimo, ovunque pubblico giovane, e l’attività di opera lirica è molto intensa. In questi giorni qui a Shanghai c’è anche l’Orchestra dell’Accademia della Scala con Diego Fasolis che, con la messa in scena de La finta giardiniera di Mozart, ha inaugurato la nuovissima e avveniristica Shangyin Opera House in occasione dell’apertura dello Shanghai International Art Festival. Faranno poi anche Die Zauberflöte con la regia di Peter Stein. Sono tutti segnali di un’evoluzione importante in Cina».

Lei ha appena vinto due Diapason d’Or con le sue due orchestre. Una per il disco su Nino Rota con la Filarmonica della Scala e l’altro per quello su Richard Strauss con l’Orchestra di Lucerna. Parliamo di Rota, a proposito di sottovalutati.
«Nino Rota, che ho eseguito con la Filarmonica, un’orchestra che è stata in questi anni sempre più inserita nel circuito delle grandi orchestre sinfoniche internazionali, è uno dei più importanti musicisti italiani del Novecento. Bisogna avere orgoglio e stima di un compositore colto come lui. Io ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e di averlo come solista nel suo Concerto per pianoforte e orchestra dedicato a Arturo Benedetti Michelangeli e mai suonato da Michelangeli. Ero un ragazzo allora, parliamo della metà degli anni Settanta. L’ho conosciuto: un uomo di una finezza intellettuale e di una cultura musicale schiaccianti. Grande non solo per la musica da film, anche per il teatro, per l’opera lirica».

Prima parlava con il sovrintendente di Lucerna Michael Haefliger di Edgar Varèse, un altro compositore sottovalutato.
«Un altro imprescindibile compositore del Novecento, come Rachmaninov. Ha sofferto per tutta la sua vita di una parziale impopolarità a causa della sua grandezza. Sto sempre pensando che il giorno in cui potrò eseguire il suo Amériques in piazza Duomo a Milano sarò molto orgoglioso».

Per chiudere maestro, come definisce il suo mestiere?
«La parte più bella del mio lavoro è quella di essere responsabile di uno strumento umano che è l’orchestra. Adoro la ricerca e lo studio sulle fonti o di nuove versioni da proporre. La fascinazione di essere direttore è quella di essere prima di tutto un ricercatore. Dirigere è la conseguenza dello studio e della ricerca».

Il maestro Riccardo Chailly (Milano, 1953) ha appena terminato una tournée in Cina alla guida dell’Orchestra del Festival di Lucerna, di cui è direttore principale dal 2015. La tournée ha toccato Pechino, Shanghai e Shenzhen (in programma musiche di Mahler, Rachmaninov, Chajkovskij). Solista ospite è stato il diciassettenne pianista russo Alexander Malofeev, che nel 2014 aveva vinto il «Concorso Chajkovskij» e nel 2016 il premio della «Gran Piano International Competition». Chailly è anche direttore musicale del Teatro alla Scala dal gennaio 2017 e direttore principale della Filarmonica della Scala dal novembre 2015.

Intervista de il Corriere.it

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