Universitari tanti, laureati pochi

20 Luglio, 2008

tocco.gifUna recente ricerca apre gli occhi su un fenomeno di cui si aveva percezione già da qualche tempo. In sostanza l’equazione ‘più corsi universitari, più laureati’ non è vera. Anzi: non lo è mai stata. L’espansione dell’offerta formativa in Italia dell’ultimo decennio ha sì aumentato le probabilità che un giovane si iscriva all’università, ma non quelle che si laurei. E non ha ridotto, di fatto, la disuguaglianza tra fasce sociali nelle opportunità di acquisire un’istruzione universitaria.

Questo il risultato di uno studio di alcuni ricercatori di Banca d’Italia e di docenti dell’università degli Studi di Milano, pubblicato nei ‘temi di discussione’ di Bankitalia. Il rapporto “L’espansione del sistema universitario aumenta l’uguaglianza nelle opportunità di istruzione? Il caso italiano”, parte dalla constatazione che a fronte di una sostanziale immobilità nell’offerta universitaria italiana nel corso degli anni Ottanta, gli anni Novanta sono stati caratterizzati da una forte espansione dell’offerta, sia sul territorio, grazie all’apertura di nuove sedi, sia in termini di varietà di corsi di laurea offerti.

Mentre, nel 1990, soltanto 104 città potevano vantare la presenza di una sede universitaria, nel 2000 il numero era circa raddoppiato, a quota 196. Nello stesso periodo, il numero di corsi di laurea quadriennali o quinquennali è passato da 898 a 1.321. Dal punto di vista teorico “è lecito attendersi effetti positivi, sull’accessibilità dell’istruzione universitaria alle diverse fasce sociali, sia dall’espansione degli Atenei sul territorio sia dalla diversificazione dell’offerta didattica”, spiega la ricerca.

L’espansione degli atenei sul territorio dovrebbe ridurre i costi diretti connessi all’istruzione favorendo un aumento delle iscrizioni universitarie, mentre la diversificazione dell’offerta dovrebbe migliorare la qualità dell’incontro tra le competenze possedute dal lavoratore laureato e quelle richieste dal datore di lavoro, aumentando così il ‘rendimento’ del titolo di studio universitario.

La ricerca, analizzando vari parametri, è però giunta alla conclusione che “l’espansione dell’offerta abbia avuto un ruolo modesto nel favorire l’uguaglianza delle opportunità di istruzione”. L’espansione avrebbe, infatti, aumentato la probabilità di iscriversi e permanere all’università, ma non quella di laurearsi. Un doppio risultato relativamente più marcato per gli individui con background familiare ‘intermedio’, cioè per coloro che, pur non avendo genitori laureati, hanno almeno un genitore con istruzione secondaria superiore. Secondo lo studio, l’aumento del numero dei corsi di laurea sembra non aver avuto un impatto maggiore sull’iscrizione né sul conseguimento del titolo, rispetto alla diffusione di strutture universitarie sul territorio, per la quale non si riscontra nessun effetto.

Secondo i ricercatori di Banca d’Italia, dunque, due sono le possibili conclusioni: l’espansione dell’offerta universitaria in Italia avrebbe “stimolato le iscrizioni degli studenti meno abili e motivati, che hanno elevati tempi di laurea ed una maggiore probabilità di abbandonare il corso di studi intrapreso, specialmente qualora ricevano al contempo un’offerta lavorativa”. Oppure, gli atenei non sono stati in grado di sfruttare appieno l’autonomia per aumentare l’efficienza del sistema formativo, in particolare per quanto riguarda i tassi di conseguimento dei titoli in presenza di un forte aumento delle iscrizioni.

Manuel Massimo 

One Comment

  1. remly says:

    se il lupo si traveste da pecora, sempre lupo rimane.

    se prendi gli stessi professori, gli stessi corsi di insegnamento, e li riorganizzi con un nome diverso, è difficile sperare in risultati migliori di quelli precedenti.

    In realtà, gli effetti formativi sono invariati, mentre le università che hanno pubblicizzato bene i loro corsi nuovi, avranno potuto affrontare meglio i tagli del governo centrale.

    L’università è un’azienda in piena regola.

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