Shoah, un master
per non dimenticare

26 Gennaio, 2009

dsc03284.JPGPerché quando il racconto si spegnerà non si rischi che arrivi il silenzio. E quindi l’oblio. A oltre sessanta anni dall’apertura dei cancelli di Auschwitz, il rischio potrebbe essere questo: nel momento in cui le persone che hanno vissuto la tragedia della Shoah non ci saranno più, la memoria potrebbe dissolversi. Con l’obiettivo di scongiurare questo pericolo nasce il Master internazionale di II livello in didattica della Shoah, promosso dal Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre.

Giunto alla sua quarta edizione, il master è stato inaugurato questa mattina nella Sala consiliare della Provincia di Roma alla presenza del Presidente Luca Zingaretti, del presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, del ministro dell’Ambasciata di Israele Bar Sadeh, del rettore di Roma Tre Guido Fabiani e del professor David Meghnagi, coordinatore del Master in Didattica della Shoah.

“Non si può sottovalutare l’importanza della memoria – ha esordito il presidente della Provincia Luca Zingaretti – non la si può banalizzare lasciando ai mass media il ruolo di non far dimenticare. Questo master rappresenta un impegno intellettuale affinché il testimone della tragedia della Shoah rimanga intatto”. Nel suo intervento il presidente, rivolgendosi agli organizzatori del corso, ha inoltre ricordato che sempre si potrà contare sulla Provincia affinché si rafforzino i percorsi della memoria, ricordando anche una frase di Primo Levi secondo cui “la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace”.

David Meghnagi , il docente
Ma cosa fanno gli studenti di un Master così innovativo nel suo genere? Lo abbiamo chiesto a David Meghnagi, ideatore e coordinatore del corso. “Si tratta di formazione di alto livello che rappresenta un modello unico – spiega -. È la prima volta al mondo che venti atenei si mettono insieme per realizzare un master. È un progetto pilota ormai ripreso anche da altri Paesi. La particolarità è che si fa sia ricerca, che formazione, un percorso insomma molto articolato e completo”. Una preparazione molto specifica che potrebbe dare l’idea di non essere finalizzata anche al mondo della professione. “I nostri masterizzati possono trovare impiego presso i musei storici della resistenza, come intellettuali esperti del settore – continua il prof – ma è un tipo di formazione utile anche ai giornalisti e agli psicologi che operano nel campo della professione”. E alle matricole cosa direbbe? “Studiare e studiare, con impegno, perché bisogna evitare la banalizzazione, che è nemica del pensiero. Su questa tragedia è fondamentale avere il senso della complessità”.

Grazia Di Veroli, la studentessa
L’incontro è stato anche l’occasione per consegnare i diplomi agli studenti delle scorse edizioni. Si tratta per lo più di persone che hanno già una loro professionalità e che hanno scelto di approfondire un aspetto in particolare. Grazia Di Veroli, 47 anni, ad esempio, nella vita fa tutt’altro, ma questo tema fa parte del suo dna. “I miei nonni e i miei genitori sono stati prigionieri nei campi di sterminio, quindi da familiare nella mia vita non ho potuto far altro che cercare la verità – racconta col diploma appena stampato in mano – . Nel 1995 mi sono laureata con la prima tesi sui campi di sterminio, ho fatto parte del progetto di Spielberg “Shoah Foundation” e dell’associazione nazionale campi di sterminio e anche se nella quotidianità faccio altro questo è il mio vero interesse”.

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