I fuori corso del 3+2

16 Marzo, 2010

La laurea sembra in effetti la carota dell’asino sciocco: appesa ad un filo fissato alla schiena del giovane discente, corre innanzi allo studente medio senza farsi acchiappare, spronandolo al contempo nella sua rincorsa affannata tra tempo sprecato, affastellamenti didattici e confusione formativa.

Il “Decimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario”, pubblicato dal Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (CNVSU) parla chiaro: i nostri studenti non reggono il passo. Nel capitolo dedicato agli “indicatori di processo” si legge infatti che “a 7 anni dall’introduzione della riforma, ogni dieci studenti iscritti quattro sono fuori corso”.

Attenzione, perché non basta. Innanzitutto, perché in media il “3”, cioè la laurea di primo livello, in realtà è 4.7. Poi, soprattutto, perché analizzando i dati ordinandoli cronologicamente si vede che la situazione sta addirittura peggiorando. “Dal confronto tra gli anni 2005, 2006, 2007 e 2008 – sempre dal rapporto CNVSU – si evidenzia la flessione sia della proporzione dei laureati in corso (35.6% nel 2005, 30.3% nel 2006, 29.9% nel 2007 fino al 26.8% del 2008), sia di quelli che hanno conseguito il titolo un anno oltre la durata normale del corso (nel 2008 sono stati il 10.4% in meno rispetto al 2005)”.

Non basta ancora, c’è pure dell’altro. Perché la riforma ha esploso l’offerta formativa. Dal 2000 ad oggi, infatti, i corsi sono passati da 3.234 a 5.835. Si dirà: sono le lauree specialistiche, inventate (quasi) ex-novo dal 3+2. È vero. Solo in parte, però. Tra l’altro, una parte marginale. Perché se si considerano soltanto i corsi aperti a nuova immatricolazione, se nell’a.a. 2000/2001 erano 2.444, nel 2007/2008 sono diventati 3.436 (+40%!). Non basta nemmeno ora, ce n’è ancora e ancora.

Confronto con l’Europa.Il 2008 è stato anche l’annus horribilis per numero di laureati, scesi per la prima volta dopo tre anni sotto la soglia dei 300mila: “sono 293.084 – ancora, fonte CNSVU – coloro che nel 2008 hanno conseguito il titolo di studio triennale, la laurea specialistica o un titolo del vecchio ordinamento; la diminuzione è di 7.051 laureati rispetto all’anno precedente”. Il che ci sprofonda ancora più in giù nella graduatoria dell’Europa a 27 per numero di giovani laureati. Tra i 25 e i 34 anni, infatti, soltanto 19 italiani su 100 hanno un diploma di laurea.

Tanto per capire: la media europea si aggira intorno al 30%, ma ci sono paesi come Francia, Spagna, Danimarca, Svezia e Regno Unito che veleggiano ben oltre il 40%. Peggio di noi, tra i 27, soltanto Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania. Insomma, è chiaro: l’effetto-riforma si è fermato. E il nostro sistema universitario si è ritrovato sul groppone un fardello peso quanto 800mila studenti fuori corso. Un fardello, secondo stime 2008 del MIUR, calcolabile in circa 5 miliardi di euro l’anno. Un fardello, tra l’altro, non omogeneo. Gli studenti con un curriculum universitario cronologicamente regolare sono l’83.1% nelle facoltà di Medicina e Chirurgia, il 77.1% a Farmacia, il 76% ad Architettura. Le facoltà che invece “durano di più” sono principalmente Ingegneria, Psicologia, Lettere e Filosofia e Scienze Politiche.

La “difficoltà sulla carta” non conta, quindi, e neppure l’area tematica. Tanto meno la residenza geografica. Se infatti l’Ateneo con più ritardatari è quello del Sannio (Benevento), dove (dati MIUR) nel 2006/2007 era fuori corso il 47.9% degli studenti, nel novero degli atenei con più bassa percentuale di irregolari si trova, ad esempio, l’Università della Sicilia Centrale Kore di Enna (con un modestissimo 9.2%, su 3500 iscritti). Insomma, concludendo: il 3+2 è nel baratro. Cosa serve? Risposta spontanea: “una riforma della riforma!”. Ottima idea. Ops: sarebbe la 4° in dieci anni…

Simone Ballocci

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