«Una lingua che rinuncia a una parte di sé stessa perde la propria anima»

12 Maggio, 2012

L’INTERVISTA A LUCA SERIANNI SULL’ELIMINAZIONE DEL “DOPPIO BINARIO” ALL’ATENEO MILANESE

Il Politecnico di Milano ha annunciato che dal 2014 presenterà un’offerta formativa magistrale esclusivamente in lingua inglese. Gli studenti italiani dovranno quindi lasciare la loro lingua se vorranno aprirsi e lavorare in contesti internazionali. Una scelta che lascia un po’ perplessi se, invece, si considerano le nostre mediocri prestazioni quando prendiamo carta e penna. A chiarirci le idee Luca Serianni, professore di prima fascia di Storia della lingua italiana nell’Università “La Sapienza”.

Professore a che punto è la nostra conoscenza dell’italiano?
Solo cinquant’anni fa una quota notevole dei cittadini italiani era quasi esclusivamente dialettofona, mentre oggi l’italofonia, anche in alternativa con uno dei tanti dialetti della penisola, è la condizione abituale per la quasi totalità della popolazione. Quanto alle mediocri prestazioni dello scritto, basta pensare ai recenti rilevamenti campionari dell’INVALSI, che hanno fatto emergere gravi carenze nei compiti dell’esame di Stato, specie per la capacità di organizzare il discorso e di usare un lessico appropriato.

Quindi, sarebbe meglio continuare a studiare in italiano anche durante il biennio magistrale?
Niente da dire sull’introduzione di corsi in inglese. Ma sarebbe assurdo non prevedere anche corsi in italiano, per molti motivi: a) rinunciare all’espressione di una componente culturale importante, la scienza, la tecnologia o l’economia, comporterebbe, per qualsiasi lingua, una regressione al livello di vernacolo; b) una parte notevole dei laureati al Politecnico eserciterà la sua professione in Italia, servendosi dell’italiano professionale come strumento quotidiano di lavoro, e deve essere messa in condizione di muoversi con scioltezza in questo àmbito (a differenza della lingua madre, spontaneamente acquisita da ogni studente italofono, l’italiano dell’economia, della fisica o dell’ingegneria aeronavale va imparato, di pari passo con i concetti veicolati); c) gli studenti stranieri sono già garantiti dalla presenza di alcuni corsi in inglese e comunque l’attrattività dell’università italiana si gioca principalmente su altri fattori, dal prestigio scientifico della sede alle possibilità ricettive (collegi, mense); d) se ci si preoccupa dell’affermazione sul mercato internazionale degli studenti italiani, non si può trascurare un dato paradossale: è bizzarro che lo Stato italiano spenda tanti soldi per la formazione di studenti il cui lavoro sarà svolto a beneficio di altri Stati; e) se si guarda all’estero, si vede che la diffusione di corsi in inglese non cancella l’esistenza di corsi nelle lingue nazionali: pensiamo non soltanto al tedesco, normalmente richiesto a chi si iscrive in una delle prestigiose università della Germania, ma anche al fatto che l’università Pompeu Fabra di Barcellona, meta spesso scelta da studenti stranieri, non rinuncia certo al catalano tra le lingue in cui si svolgono le lezioni.

Il caso del Politecnico di Milano ha scatenato un grande dibattito. Gli italiani in fondo sono “dei conservatori” anche nella lingua?
Credo che, nonostante tutto, il grado di attaccamento dei parlanti italiani alla propria lingua sia più forte di quel che normalmente si ritiene. In ogni modo, i rischi per le sorti della lingua italiana non vengono certo dall’influsso dell’inglese nel parlato quotidiano o nella scrittura giornalistica, spesso sopravvalutato da ingiustificati allarmismi, ma da iniziative come quella del Politecnico, per quanto dettata dalle migliori intenzioni. Ribadisco: una lingua che rinuncia a una parte di sé stessa perde la propria anima.

Anna Di Russo
adirusso@corriereuniv.it

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