Vite da Covid, infermiera a Padova: “Ho vinto il virus. Non sottovalutiamo la fase due”

11 Maggio, 2020
Vite da Covid, infermiera a Padova: “Ho vinto il virus. Non sottovalutiamo la fase due”
Attualità
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Oltre 150 medici e 100 infermieri sono deceduti in Italia durante l’emergenza pandemica da Covid-19. La prima settimana della fase due ha visto la diminuzione dei casi positivi conosciuti (83.324) e delle terapie intensive (1027); vi sono, però, contesti come quello della Lombardia e del Piemonte dove il contagio è tornato a salire. In Veneto, invece, la situazione sembrerebbe sotto controllo. Passata da essere una delle regioni con i primi focolai – quello di Vo’ Euganeo ad esempio – a quella che meglio ha risposto alla prima fase emergenziale della pandemia.

“L’emergenza è cambiata: c’è un sensibile calo dei ricoveri e questo dato è sotto gli occhi di tutti”, lo afferma Renata Chiusolo giovane infermiera del Centro universitario di ricerca e sperimentazione di Padova. “Questo, però, non deve farci abbassare la guardia: l’epidemia è ancora in atto”. In prima linea fin dall’inizio, la 29enne originaria di Orta Nuova (Foggia) ha vinto la sua personale battaglia contro il Covid-19: “Sono risultata positiva il 23 marzo dopo alcune settimane di lavoro in uno dei primi reparti covid aperti in città – racconta -. L’isolamento obbligatorio è durato 43 giorni”. Nel suo reparto circa un terzo ha contratto il virus. “La velocità con cui possono colpire i sintomi è disarmante. Sono stata molto male per una decina di giorni, con problemi respiratori, febbre alta, spossatezza, perdita di gusto e olfatto. E l’aggravarsi non è stato graduale: sono bastate poche ore”, sottolinea.

Una quarantena passata sempre in contatto h24 con il servizio igiene. Ma non sono mancati i problemi: “L’azienda ospedaliera doveva delegare ai medici di base ma non sono mai stata visitata. Solo indicazioni telefoniche, eppure stavo male – ricorda – . In quella fase non c’erano protocolli predefiniti e gli strumenti necessari non erano a disposizione di tutti”. Un’esperienza che ha lasciato il segno, anche a livello professionale. “Mi sento diversa rispetto all’inizio, quando tutti avevamo paura – confida -. All’inizio in reparto non sapevi quando era giorno o notte con turni che potevano raggiungere le 10-12 ore. Abbiamo visto molta gente morire in un modo in cui non eravamo abituati: soli, senza poter salutare i propri familiari”. In prima linea con un nemico invisibile: “Fondamentale la collaborazione del personale che ha fatto quadrato supportandosi a vicenda”.

Ora che l’Italia sta attraversando la cosiddetta fase due avverte: “Non è un liberi tutti, dobbiamo adottare tutte le dovute cautele – e confida -. Sono preoccupata. Qui in Veneto in molte attività, sia pubbliche che private, vengono fornite anche le mascherine, oltre a guanti e disinfettante. Ma in altre regioni del Nord non è così. Spero che gli italiani non si lascino andare, così da poter tornare in sicurezza alla normalità il più presto possibile”.

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