Brexit, perché l’addio all’Erasmus “costerà caro alla Ricerca inglese”

28 Dicembre, 2020
Brexit, perché l’addio all’Erasmus “costerà caro alla Ricerca inglese”
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Boris Johnson ce l’ha fatta: Its Brexit! Il premier, soddisfatto per il risultato che è “un buon deal per tutta Europa“, ha dichiarato che l’accordo aiuterà la Gran Bretagna a “difendere i posti di lavoro” nel Regno Unito e allo stesso tempo consentirà di “riprendere il nostro destino nelle mani” uscendo dal mercato unico e dall’unione doganale dal primo gennaio 2021 per “prosperare” facendo fruttare nuove opportunità, oltre che per concentrarci nella battaglia contro il Covid che è al momento “la nostra priorità numero uno”. Ma il deal fra Ue e Regno Unito sul dopo Brexit non basta ai secessionisti scozzesi dell’Snp, la cui leader, Nicola Sturgeon, first minister del governo locale di Edimburgo, reagisce all’annuncio giunto da Bruxelles rilanciando la sua sfida per l’indipendenza: “È tempo” che la Scozia diventi uno Stato sovrano, “una nazione europea indipendente”, ha twittato Sturgeon

L’addio alla Ue si porta via la possibilità per oltre 31 mila studenti europei (dati Indire del biennio 2017-19) di partire per un periodo di formazione dai tre mesi a un anno negli atenei oltre Manica, e per quasi 17 mila studenti britannici di popolare le nostre università. Il Regno Unito esce dal programma europeo di mobilità studentesca. Si creeranno – forse – nuove partnership con i Paesi, come l’annunciato programma inglese: “Ora – ha dichiarato Johnson – potremo mettere a punto un programma che consentirà agli studenti britannici di andare a studiare in tutto il mondo e non solo nelle università europee”. Ma tra coloro che hanno vissuto l’Erasmus non vige lo stesso entusiasmo. Carlotta Genga, 24 anni, iscritta a Comunicazione e cultura dei media a Torino, si fa portavoce di un dissenso che sa di tradimento: “Non posso pensare a Londra, città così cosmopolita e piena di possibilità, che si chiude su se stessa. È paradossale. Perderanno anche loro, se ne pentiranno”. Era arrivata nella capitale a gennaio scorso, per tre mesi di “traineeship” (tirocinio), anche se poi è dovuta rientrare in Italia quindici giorni prima causa Covid. Eppure l’esperienza “mi ha cambiato per sempre”, afferma la studentessa. Subito, oltre allo choc positivo della lingua, “mi ha insegnato la diversità”. E non solo: “Il mio capo di Londra mi ha chiesto di continuare a collaborare dall’Italia”.

A perdere soldi e cervelli sarà anche la Ricerca inglese. Mirko Canevaro, 36 anni, professore ordinario di Storia Greca a Edimburgo, spiega quali svantaggi porterà ai britannici uscire dagli accordi di formazione: “L’Erasmus era una cornice semplice che rendeva agili gli scambi, e permetteva il reclutamento di studenti di alto livello, i quali poi spesso restavano a fare il dottorato – dice -. Nel contesto più ampio, poi, la partecipazioni ai programmi europei permetteva al Regno Unito di vincere più soldi di tutti nei progetti di ricerca Ue, un sistema accademico che aveva dato forti segnali di tensione già negli anni precedenti”. Invece, dal 1 gennaio, solo per fare un esempio, “la retta di una magistrale qui per i cittadini comunitari – continua Canevaro – costerà tra le 14mila e le 25mila sterline. Leggi sull’immigrazione a parte, che complicheranno molto l’accesso agli europei, chi se la potrà permettere?”.

La saga apertasi con il Referendum del 2016 però non è del tutto finita. I 27 Governi dovranno approvare il testo e applicarlo provvisoriamente, in attesa della ratifica del Parlamento Europeo, che non avverrà prima di fine gennaio e sarà certo dibattuta. E l’accordo deve essere approvato dal Parlamento britannico. Infine il Regno Unito parteciperà ad una serie di programmi dell’Ue nel 2021-27, come Horizon Europe. Inoltre è previsto un quadro per l’enforcement delle leggi e per la cooperazione giudiziaria. Per quanto riguarda la governance, viene creato un consiglio congiunto, che controllerà l’applicazione dell’accordo e che risolverà le controversie.

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